L’autostima e la motivazione sono due dimensioni piuttosto complesse per le quali sono state date diverse definizioni a seconda degli autori che le hanno studiate.
In una prospettiva generale, l’AUTOSTIMA può essere definita come la VALUTAZIONE CHE CIASCUNO DI NOI FA DI SE STESSO, e dunque rappresenta il VALORE POSITIVO O NEGATIVO CHE OGNUNO SI ATTRIBUISCE.
Si tratta di un concetto dinamico che si struttura sin dalla prima infanzia (a partire dal rapporto madre-bambino), ma si modifica con l’età ed è influenzato sia dalle diverse situazioni che la persona vive, sia dal contesto in cui è inserita. Essa sarà, quindi, diversa a LIVELLO SOCIALE, a LIVELLO SCOLASTICO/LAVORATIVO, a LIVELLO FAMILIARE e a LIVELLO CORPOREO. Contemporaneamente subisce anche l’influenza esercitata da quelle persone con cui entriamo in contatto quotidianamente che, pertanto, potranno rinforzarla, confermarla o diminuirla.
La MOTIVAZIONE è, invece, la SPINTA O STATO INTERIORE CHE GUIDA IL COMPORTAMENTO UMANO VERSO IL RAGGIUNGIMENTO DI UN OBIETTIVO O DI UNO SCOPO. Questa può essere PRIMARIA se è rivolta al soddisfacimento di un bisogno essenziale per la sopravvivenza (per es. fame o sete) o SECONDARIA se il bisogno non è essenziale per la sopravvivenza (per es. scegliere di praticare o meno un tipo di sport).
Leggendo le due definizioni, si capisce bene che tanto maggiore è l’autostima che un soggetto ha di sé, tanto più sarà portato a fissare degli obiettivi e ad impegnarsi per raggiungerli. Viceversa, più è basso il livello di autostima, più il soggetto riterrà di non avere capacità sufficienti per il raggiungimento di un obiettivo e, quindi, meno si sentirà meno motivato ad impegnarsi nel suo raggiungimento.
Queste due dimensioni della personalità sono inscindibili non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche nella pratica sportiva. Infatti, tanto più un ragazzo o un atleta (amatoriale o professionista) riterrà di essere in possesso di competenze sportive, tanto più sarà portato ad impegnarsi in una data disciplina, a seguirla nel tempo e a non abbandonarla. Il contrario, ovviamente, avverrà nei casi in cui non ci si ritiene capaci o all’altezza di una determinata situazione e questo è vero anche nei contesti di gara in cui pensare di essere bravi o più forti dell’avversario dà quella giusta spinta per affrontare al meglio la competizione.
Questa constatazione ha dato il via a molteplici studi sull’argomento al fine di individuare le motivazioni principali che portano un giovane ad intraprendere l’attività sportiva.
In uno di questi studi (Gill, Gross e Huddleston; 1983) sono emersi otto fattori principali che possono essere così riassunti:
- FATTORE RIUSCITA/STATUS: desiderio di vincere, di essere popolari, di migliorare il proprio status, di ricevere premi;
- FATTORE SQUADRA: desiderio di far parte di una squadra;
- FATTORE FORMA FISICA: desiderio di mantenere, migliorare o acquistare la forma fisica;
- FATTORE SPENDERE ENERGIA: desiderio di scaricare le tensioni, di muoversi, di stare fuori casa;
- FATTORE LEGATO A RINFORZI ESTRINSECI: piacere nel maneggiare materiale sportivo, sostegno proveniente da persone significative;
- SVILUPPO E MIGLIORAMENTO DELLE ABILITA’ SPORTIVE;
- DESIDERIO DI COLTIVARE VECCHIE E NUOVE AMICIZIE;
- DIVERTIMENTO.
A questi otto fattori possiamo anche aggiungere la MOTIVAZIONE ORIENTATA AL COMPITO e la MOTIVAZIONE ORIENTATA AL SE’.
Nel prima caso l’atleta vuole dimostrare che ha una certa padronanza di ciò che fa, per cui, per esempio, che padroneggia bene le tecniche del suo sport. Nel secondo caso, invece, vuole dimostrare la sua abilità nel confronto con gli altri.
L’uno o l’altro orientamento non sono positivi o negativi in senso assoluto ed esistono atleti più orientati al compito e meno al sé, come esistono quelli più orientati al sé e meno al compito e, infine, quelli che presentano entrambi i tipi di orientamento. Inoltre la messa in atto dell’uno o dell’altro dipende, a sua volta, da diversi fattori, tra cui:
- SOCIETA’ SPORTIVA DI APPARTENENZA
- CARATTERISTICHE PERSONALI
- CARATTERISTICHE DELL’ALLENATORE
- TIPO DI SPORT PRATICATO
- FATTORI SOCIO-CULTURALI.
Tra questi, la figura dell’allenatore assume un ruolo molto importante, soprattutto tra i più giovani che riferiscono non solo di voler essere incoraggiati dal proprio allenatore, ma anche di voler ricevere suggerimenti di carattere tecnico che possono favorire il loro miglioramento.
I processi motivazionali sono però legati anche alla TEORIA dell’ATTRIBUZIONE in base alla quale ciascuno di noi, e dunque anche ciascun atleta, dà un significato agli eventi che gli accadono secondo una relazione di causa-effetto. Secondo tale teoria, chi ha un LOCUS of CONTROL INTERNO troverà in sé la causa di quanto accaduto ritenendosene direttamente responsabile; chi ha un LOCUS of CONTROL ESTERNO, invece, attribuirà la responsabilità a fattori dipendenti dalle circostanze ambientali, o dagli avversari o dalla sfortuna. Tali attribuzioni, a loro volta, possono essere STABILI o INSTABILI andando ad influenzare la percezione che ognuno ha di poter controllare o meno un dato evento.
Infine dobbiamo ricordare che anche nello sport esistono MOTIVAZIONI INTRINSECHE e MOTIVAZIONI ESTRINSECHE. Le prime fanno si che uno sport venga praticato per il piacere che esso procura in sé al di là del risultato o del guadagno che ne può derivare. Le seconde sono esterne al soggetto e sono legate ai vantaggi esterni che possono derivare dallo sport (successo, fama, guadagni elevati, ecc.). Anche in questo caso non possiamo dire che le une sono migliori delle altre, piuttosto sarebbe auspicabile una giusta dose di entrambe in modo tale da favorire la decisione di praticare uno sport e mantenere tale decisione nel tempo.
In questa prospettiva la fiducia in sé o la sua progressiva acquisizione (e dunque un buon livello di autostima!) è la chiave che favorisce la motivazione perché se ho fiducia in me e nelle mie capacità allora sono anche più propenso a pensare che potrei ottenere dei buoni risultati in una certa disciplina sportiva e sono anche capace di gestire meglio le eventuali sconfitte o gli errori che possono comunque capitare perché è più facile considerarli come eventi transitori che possono essere superati, per esempio, con un maggiore impegno o con un allenamento più intenso e, dunque, non vengono vissuti come sconfitte personali causate dalla mancanza di abilità sportive.
A tal fine è possibile mettere in atto alcune semplici strategie per migliorare l’autostima, tra cui:
- assegnare selettivamente importanza a quegli obiettivi che siamo in grado di raggiungere: non porsi obiettivi troppo difficili
- non attribuirsi tutta la colpa di un insuccesso considerando che possono intervenire anche cause esterne ad influenzare un risultato
- non valutarsi in maniera troppo rigida: se si commette un errore non è per mancanza di capacità o per stupidità perché può capitare di essere stanchi o non in forma fisicamente
- ridimensionare le cause degli insuccessi: una sconfitta può capitare, ma deve spronare per fare meglio la prossima volta.
Da quanto detto fin qui si nota bene come l’ingresso nel mondo dello sport, soprattutto per i più giovani, non è né facile né scontato, ma, anzi, ha alla base molteplici motivazioni, alcune più facilmente individuabili, altre meno. Di conseguenza è molto importante capire cos’è che spinge il giovane all’attività sportiva in modo da non bruciarlo troppo presto con un’attività agonistica per la quale non è ancora pronto e in modo da dargli il tempo di imparare a metabolizzare le sconfitte che si possono subire nel corso dell’attività praticata. Accanto a ciò è necessario ricordare che dietro l’angolo c’è anche il rischio noia e la pesantezza di alcuni allenamenti che vengono proposti senza tener conto dei reali bisogni del giovane.
Capire le motivazioni che spingono alla pratica sportiva e i bisogni che lo sport stesso soddisfa è, quindi, fondamentale proprio per evitare l’abbandono precoce da parte di ragazzi che magari hanno tutte le carte in regola per esprimere al meglio le proprie potenzialità e l’allenatore ha indubbiamente un ruolo centrale in tale percorso di crescita e di formazione.
In una prospettiva generale, l’AUTOSTIMA può essere definita come la VALUTAZIONE CHE CIASCUNO DI NOI FA DI SE STESSO, e dunque rappresenta il VALORE POSITIVO O NEGATIVO CHE OGNUNO SI ATTRIBUISCE.
Si tratta di un concetto dinamico che si struttura sin dalla prima infanzia (a partire dal rapporto madre-bambino), ma si modifica con l’età ed è influenzato sia dalle diverse situazioni che la persona vive, sia dal contesto in cui è inserita. Essa sarà, quindi, diversa a LIVELLO SOCIALE, a LIVELLO SCOLASTICO/LAVORATIVO, a LIVELLO FAMILIARE e a LIVELLO CORPOREO. Contemporaneamente subisce anche l’influenza esercitata da quelle persone con cui entriamo in contatto quotidianamente che, pertanto, potranno rinforzarla, confermarla o diminuirla.
La MOTIVAZIONE è, invece, la SPINTA O STATO INTERIORE CHE GUIDA IL COMPORTAMENTO UMANO VERSO IL RAGGIUNGIMENTO DI UN OBIETTIVO O DI UNO SCOPO. Questa può essere PRIMARIA se è rivolta al soddisfacimento di un bisogno essenziale per la sopravvivenza (per es. fame o sete) o SECONDARIA se il bisogno non è essenziale per la sopravvivenza (per es. scegliere di praticare o meno un tipo di sport).
Leggendo le due definizioni, si capisce bene che tanto maggiore è l’autostima che un soggetto ha di sé, tanto più sarà portato a fissare degli obiettivi e ad impegnarsi per raggiungerli. Viceversa, più è basso il livello di autostima, più il soggetto riterrà di non avere capacità sufficienti per il raggiungimento di un obiettivo e, quindi, meno si sentirà meno motivato ad impegnarsi nel suo raggiungimento.
Queste due dimensioni della personalità sono inscindibili non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche nella pratica sportiva. Infatti, tanto più un ragazzo o un atleta (amatoriale o professionista) riterrà di essere in possesso di competenze sportive, tanto più sarà portato ad impegnarsi in una data disciplina, a seguirla nel tempo e a non abbandonarla. Il contrario, ovviamente, avverrà nei casi in cui non ci si ritiene capaci o all’altezza di una determinata situazione e questo è vero anche nei contesti di gara in cui pensare di essere bravi o più forti dell’avversario dà quella giusta spinta per affrontare al meglio la competizione.
Questa constatazione ha dato il via a molteplici studi sull’argomento al fine di individuare le motivazioni principali che portano un giovane ad intraprendere l’attività sportiva.
In uno di questi studi (Gill, Gross e Huddleston; 1983) sono emersi otto fattori principali che possono essere così riassunti:
- FATTORE RIUSCITA/STATUS: desiderio di vincere, di essere popolari, di migliorare il proprio status, di ricevere premi;
- FATTORE SQUADRA: desiderio di far parte di una squadra;
- FATTORE FORMA FISICA: desiderio di mantenere, migliorare o acquistare la forma fisica;
- FATTORE SPENDERE ENERGIA: desiderio di scaricare le tensioni, di muoversi, di stare fuori casa;
- FATTORE LEGATO A RINFORZI ESTRINSECI: piacere nel maneggiare materiale sportivo, sostegno proveniente da persone significative;
- SVILUPPO E MIGLIORAMENTO DELLE ABILITA’ SPORTIVE;
- DESIDERIO DI COLTIVARE VECCHIE E NUOVE AMICIZIE;
- DIVERTIMENTO.
A questi otto fattori possiamo anche aggiungere la MOTIVAZIONE ORIENTATA AL COMPITO e la MOTIVAZIONE ORIENTATA AL SE’.
Nel prima caso l’atleta vuole dimostrare che ha una certa padronanza di ciò che fa, per cui, per esempio, che padroneggia bene le tecniche del suo sport. Nel secondo caso, invece, vuole dimostrare la sua abilità nel confronto con gli altri.
L’uno o l’altro orientamento non sono positivi o negativi in senso assoluto ed esistono atleti più orientati al compito e meno al sé, come esistono quelli più orientati al sé e meno al compito e, infine, quelli che presentano entrambi i tipi di orientamento. Inoltre la messa in atto dell’uno o dell’altro dipende, a sua volta, da diversi fattori, tra cui:
- SOCIETA’ SPORTIVA DI APPARTENENZA
- CARATTERISTICHE PERSONALI
- CARATTERISTICHE DELL’ALLENATORE
- TIPO DI SPORT PRATICATO
- FATTORI SOCIO-CULTURALI.
Tra questi, la figura dell’allenatore assume un ruolo molto importante, soprattutto tra i più giovani che riferiscono non solo di voler essere incoraggiati dal proprio allenatore, ma anche di voler ricevere suggerimenti di carattere tecnico che possono favorire il loro miglioramento.
I processi motivazionali sono però legati anche alla TEORIA dell’ATTRIBUZIONE in base alla quale ciascuno di noi, e dunque anche ciascun atleta, dà un significato agli eventi che gli accadono secondo una relazione di causa-effetto. Secondo tale teoria, chi ha un LOCUS of CONTROL INTERNO troverà in sé la causa di quanto accaduto ritenendosene direttamente responsabile; chi ha un LOCUS of CONTROL ESTERNO, invece, attribuirà la responsabilità a fattori dipendenti dalle circostanze ambientali, o dagli avversari o dalla sfortuna. Tali attribuzioni, a loro volta, possono essere STABILI o INSTABILI andando ad influenzare la percezione che ognuno ha di poter controllare o meno un dato evento.
Infine dobbiamo ricordare che anche nello sport esistono MOTIVAZIONI INTRINSECHE e MOTIVAZIONI ESTRINSECHE. Le prime fanno si che uno sport venga praticato per il piacere che esso procura in sé al di là del risultato o del guadagno che ne può derivare. Le seconde sono esterne al soggetto e sono legate ai vantaggi esterni che possono derivare dallo sport (successo, fama, guadagni elevati, ecc.). Anche in questo caso non possiamo dire che le une sono migliori delle altre, piuttosto sarebbe auspicabile una giusta dose di entrambe in modo tale da favorire la decisione di praticare uno sport e mantenere tale decisione nel tempo.
In questa prospettiva la fiducia in sé o la sua progressiva acquisizione (e dunque un buon livello di autostima!) è la chiave che favorisce la motivazione perché se ho fiducia in me e nelle mie capacità allora sono anche più propenso a pensare che potrei ottenere dei buoni risultati in una certa disciplina sportiva e sono anche capace di gestire meglio le eventuali sconfitte o gli errori che possono comunque capitare perché è più facile considerarli come eventi transitori che possono essere superati, per esempio, con un maggiore impegno o con un allenamento più intenso e, dunque, non vengono vissuti come sconfitte personali causate dalla mancanza di abilità sportive.
A tal fine è possibile mettere in atto alcune semplici strategie per migliorare l’autostima, tra cui:
- assegnare selettivamente importanza a quegli obiettivi che siamo in grado di raggiungere: non porsi obiettivi troppo difficili
- non attribuirsi tutta la colpa di un insuccesso considerando che possono intervenire anche cause esterne ad influenzare un risultato
- non valutarsi in maniera troppo rigida: se si commette un errore non è per mancanza di capacità o per stupidità perché può capitare di essere stanchi o non in forma fisicamente
- ridimensionare le cause degli insuccessi: una sconfitta può capitare, ma deve spronare per fare meglio la prossima volta.
Da quanto detto fin qui si nota bene come l’ingresso nel mondo dello sport, soprattutto per i più giovani, non è né facile né scontato, ma, anzi, ha alla base molteplici motivazioni, alcune più facilmente individuabili, altre meno. Di conseguenza è molto importante capire cos’è che spinge il giovane all’attività sportiva in modo da non bruciarlo troppo presto con un’attività agonistica per la quale non è ancora pronto e in modo da dargli il tempo di imparare a metabolizzare le sconfitte che si possono subire nel corso dell’attività praticata. Accanto a ciò è necessario ricordare che dietro l’angolo c’è anche il rischio noia e la pesantezza di alcuni allenamenti che vengono proposti senza tener conto dei reali bisogni del giovane.
Capire le motivazioni che spingono alla pratica sportiva e i bisogni che lo sport stesso soddisfa è, quindi, fondamentale proprio per evitare l’abbandono precoce da parte di ragazzi che magari hanno tutte le carte in regola per esprimere al meglio le proprie potenzialità e l’allenatore ha indubbiamente un ruolo centrale in tale percorso di crescita e di formazione.

